venerdì 30 novembre 2012

Redditest per verificare il reddito del nucleo familiare


E’ disponibile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate il nuovo software che permette ai contribuenti di verificare se il proprio tenore di vita è coerente con quanto dichiarato.
Lo strumento assomiglia al più noto redditometro e agli studi di settore in vigore già da diversi anni per i detentori di p.iva.
Finalità
Il redditest viene utilizzato come strumento di accertamento sintetico: da un dato certo (le spese) si ipotizza, sulla base di calcoli matematico-statistici, un dato incerto (reddito familiare).
Le famiglie considerate sono oltre 22 milioni (per complessivi circa 50 milioni di soggetti);
Come affermato dall’Agenzia si tratta di uno strumento di compliance in quanto finalizzato ad “orientare” il contribuente circa la coerenza del reddito dichiarato. Lo stesso sarà presumibilmente utilizzato dall’Ufficio per la selezione dei soggetti da controllare.
L’intento del Legislatore è quello di contrastare l’evasione fiscale sulla base di una “semplice”
equazione, ossia del fatto che se un contribuente ha sostenuto una spesa lo stesso deve
possedere un’entrata reddituale che glielo ha consentito
Come funziona
Il software, partendo dalla disponibilità di determinati beni e dalle spese sostenute nel corso del periodo d’imposta, calcolerà il nostro reddito presunto
Il contribuente deve indicare i redditi lordi di tutti i componenti il nucleo familiare, in più i redditi esenti, soggetti a imposizione alla fonte ed esclusi: in poche parole, tutti i redditi che non confluiscono in dichiarazione e che, tanto nel “vecchio” che nel “nuovo” redditometro, formano la prova contraria.
Così facendo, il contribuente già in questa fase preventiva è in grado di sapere se il possesso, ad esempio, di redditi esenti può giustificare un determinato tenore di vita, in quanto se così non fosse il software probabilmente segnalerebbe una situazione di incoerenza.
Differenza tra Redditometro e Redditest
Il redditometro è lo strumento di accertamento che l’Ufficio utilizzerà per effettuare l’accertamento calcolando il reddito del singolo contribuente.
Il “Redditest” è invece un software che consente di autovalutare il reddito sulla base delle spese sostenute e dei beni posseduti; in particolare con il “Redditest” è possibile valutare soltanto il reddito del nucleo familiare.
Come funziona il redditest
- Dapprima bisogna scaricare il programma da internet e istallarl sul nostro PC.
- inserire tutti i dati richiesti
- verificare l’esito:
  • COERENTE / verde La somma dei redditi del nucleo è compatibile con gli elementi e le spese indicate.
  • NON COERENTE /rosso La somma dei redditi del nucleo non è compatibile con gli elementi e le spese indicate.
Dati da inserire
1 - Tipologia familiare
  • Persona sola < 35 anni
  • Persona sola tra 35 e 64 anni
  • Persona sola ≥ 65 anni
  • Coppia senza figli < 35 anni
  • Coppia senza figli tra 35 e 64 anni
  • Coppia senza figli ≥ 65 anni
  • Coppia con 1 figlio
  • Coppia con 2 figli
  • Coppia con 3 o più figli
  • Monogenitore
  • Altre tipologie
2 - Reddito familiare complessivo: di tutti i familiari del nucleo, come desumibile dal mod. UNICO, 730 o dal CUD. Vanno ricompresi anche i redditi a tassazione separata, soggetti a ritenuta a titolo d’imposta (interessi, dividendi, ecc.) o a imposta sostitutiva.
3-  macro categorie da compilare:
  • Abitazioni;
  • Mezzi di trasporto;
  • Assicurazioni e contributi;
  • Istruzione;
  • Tempo libero e cura della persona;
  • Spese varie;
  • Investimenti e disinvestimenti.
Primi Commenti
- Lo strumento è molto sofisticato (fondato su risultanze matematico-statistiche) e potrebbe non essere in grado di calarsi nelle singole realtà familiari. Dalle prime simulazioni effettuate i risultati dei Redditest sembrerebbero totalmente inaffidabili. Se si dichiarano spese troppo alte rispetto al reddito, si risulta “incoerenti”. Ma anche dichiarare spese assolutamente basse rispetto al reddito, può portare a essere “incoerente”: questo perché gli algoritmi del programma hanno già dei parametri preimpostati e non tollerano scostamenti eccessivi. Conclusione si deve dichiarare quanto vuole il Redditest.
- Dubbi sulle potenzialità dello strumento: se tutti escono “coerenti” ovvero “incoerenti” è evidente che lo strumento non funziona. Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera rassicura dicendo che questo strumento sarà utilizzato solo per casi di scostamenti eclatanti.
- Certamente le risultanze alle quali giungerà eventualmente l’ufficio mediante l’utilizzo della ricostruzione induttiva non potranno che essere qualificate come meri indizi, con quanto ne deriva in termini di efficacia probatoria e di risvolti processuali. I risultati del Redditest andranno considerati come “meri indizi” di non congruità, che tuttavia può essere dimostrata dal contribuente.
Se il “nuovo” redditometro sarà costruito sulla falsariga degli studi di settore, torna pienamente applicabile il costante orientamento della Suprema Corte sul valore probatorio degli studi, quindi l’Ufficio non potrà mai fondare l’accertamento solo sulla base dei dati che emergono dal redditometro, in quanto sarà suo onere fornire ulteriori elementi.
- È chiaro che la situazione di incoerenza non è sintomatica di fondatezza del successivo accertamento, in quanto il contribuente può dimostrare che esistono, come dice letteralmente l’art. 38 del DPR 600/73, poste legalmente escluse dalla formazione della base imponibile che giustificano la situazione di non congruità.
- Appare ormai chiaro che il Redditest rappresenta , più che uno strumento di autovalutazione, uno strumento di individuazione dei soggetti indagabili da parte dell’agenzia delle Entrate.
- In un momento di profonda crisi, lo strumento potrebbe spingere i contribuenti a ridurre ulteriormente i consumi e la domanda interna già in profonda depressione.
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giovedì 22 novembre 2012

Concordato preventivo con domanda “in bianco”

(Riferimenti Normativi: DL “crescita e sviluppo” - L. 7 agosto 2012 n. 134, pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 171 della Gazzetta n. 187 dell’11 agosto)
L’imprenditore in difficoltà ha oggi un nuovo strumento di protezione della continuità aziendale nell’ipotesi di un tentativo di risanamento della società.
Sono, infatti, state apportate significative modifiche alla disciplina del concordato preventivo: in particolare è oggi possibile presentare una domanda di concordato “in bianco” che non fornisca, temporaneamente, alcuna indicazione circa:
- l’offerta proposta ai creditori ;
- la tipologia di concordato che il debitore intenderà adottare;
- le modalità della sua esecuzione.
E’ stato modificato il nuovo sesto comma dell’art. 161 L. fall. (RD 267/42): l’imprenditore in crisi può oggi depositare il ricorso per l’ammissione al concordato preventivo allegando unicamente i bilanci degli ultimi tre esercizi e riservandosi di presentare successivamente:
- la proposta ai creditori;
- il piano concordatario;
- l’attestazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla fattibilità del piano;
- tutta la documentazione prescritta dal secondo comma dell’art. 161.

La modifica della legge fallimentare offre oggi uno strumento di difesa molto utile per l’imprenditore in crisi che voglia concordare con i creditori un abbattimento del debito.
Il nuovo concordato consente infatti un’immediata protezione del patrimonio per il periodo necessario all’elaborazione del piano, allo svolgimento delle trattative con i creditori e alla predisposizione della relazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla fattibilità del piano da parte del professionista attentatore.
Si potrà evitare, quindi, il rischio che il tentativo di risanamento sia pregiudicato da iniziative aggressive da parte di quei creditori che tentino di avvantaggiarsi rispetto agli altri con singole azioni esecutive o cautelari.

Il termine entro il quale il debitore dovrà formalizzare la proposta ai creditori sarà fissato dal Giudice e potrà variare da 60 a 120 giorni, prorogabile (con un’eventuale giustificazione) di non oltre 60 giorni. La concreta determinazione del termine dipenderà dalle esigenze del debitore che, però, dovranno essere necessariamente motivate e descritte anche al fine di compararle con l’opposta esigenza dei creditori di ottenere una rapida formulazione della proposta.


Al beneficio sopra descritto non potrà, comunque, essere ammesso l’imprenditore che, nei due anni precedenti, abbia già presentato una domanda di concordato “in bianco” senza che, successivamente, sia intervenuta l’ammissione alla procedura di concordato preventivo o l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti nel frattempo richiesta.
Al fine di evitare utilizzi strumentali della procedura concordataria da parte dell’imprenditore, al solo scopo dilatorio di una dichiarazione di fallimento o per  proseguire l’attività e depauperare l’azienda a danno del ceto creditorio, il legislatore ha previsto obblighi informativi periodici, anche relativi alla gestione finanziaria dell’impresa, che il debitore dovrà assolvere nel periodo che va dalla pubblicazione della domanda di concordato nel Registro delle imprese al decreto di ammissione alla procedura, sino alla scadenza del termine (art. 161, ottavo comma, L. fall.).
Vigilando costantemente sull’andamento dell’attività azienda sarà, infatti, possibile evitare comportamenti che rechino danno al ceto creditorio e valutare la serietà della domanda concordataria.
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domenica 11 novembre 2012

Commercialista e Scheda carburante


La scheda carburante rappresenta, tanto per le imprese quanto per i professionisti, lo strumento necessario per poter documentare l’acquisto di carburante per beneficiare della deducibilità del relativo costo ai fini delle imposte dirette e detrazione dell’IVA assolta all’acquisto ai fini delle imposte indirette.
Sul tema della corretta compilazione della scheda carburante massima attenzione spetta sia al cliente, responsabile dei dati in essa riportati, sia al commercialista, responsabile della registrazione in contabilità del documento.
Consolidata giurisprudenziale afferma ormai l’irrilevanza fiscale del documento laddove lo stesso non presenti le indicazioni richieste dalla normativa in materia. Sul punto, con la Nota prot. n. 183 del 26 ottobre scorso, la SNA (Sindacato Nazionale Agenti di Assicurazione), nell’intento di sensibilizzare i propri iscritti sul corretto utilizzo della scheda carburante, offre un’interessante sintesi dell’attuale posizione giurisprudenziale in materia. In particolare, con riferimento ai contenuti obbligatori della scheda, viene ricordato che la scheda carburante deve contenere i seguenti elementi:

  • la firma di convalida sulla scheda carburante da parte dell’esercente. La Cassazione, con la sentenza n. 21941 del 19 ottobre 2007, ha stabilito che – ai fini del riconoscimento della detrazione IVA – è necessaria la presenza della firma sul documento. In assenza di tale firma, infatti, la scheda carburante (pur in presenza di tutti gli altri elementi) non è comunque in grado di assolvere alla finalità prevista dalla legge e, quindi, la detrazione dell’IVA annotata su tale documento verrebbe negata.


  • il chilometraggio percorso dall’autovettura alla fine del mese o del trimestre (dato escluso per i soli professionisti). L’assenza del dato comporta l’indeducibilità dei relativi costi. In tal senso si è espressa anche la Cassazione, con sentenza 18 febbraio 2011 n. 3947.
  • il numero di targa per la corretta individuazione del veicolo. La Cassazione, con la sentenza n. 21769 del 9 novembre 2005, ha stabilito che affinché – ai fini fiscali – possano essere riconosciuti i costi per l’acquisto del carburante, è necessario che le schede contengano sempre anche la targa del veicolo. Tale elemento, anche se non espressamente richiamato dalla norma, rappresenta secondo i giudici la garanzia dell’identità del veicolo effettivamente rifornito e l’effettiva riferibilità del relativo costo all’attività di impresa. Detta interpretazione è stata successivamente confermata dai giudici della Suprema Corte con la sentenza 19820 del 18 luglio 2008;
L’assenza di anche solo uno dei suddetti dati comporta l’automatica indeducibilità dei costi dei carburanti riportati nella scheda carburante e l’indetraibilità della relativa iva.
Sul versante penale, invece, viene richiamata la recente sentenza della terza sezione penale della Corte di Cassazione, la n. 912, depositata il 13 gennaio 2012, nella quale si afferma che il contribuente che “gonfia” le schede carburante al fine di evadere le imposte sui redditi e l’IVA è penalmente responsabile del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, reato che comporta la reclusione da 18 mesi a 6 anni.
La responsabilità penale è imputabile anche al commercialista che, per colmare le disattenzioni del proprio cliente, provvede a “completare” le sue schede carburanti prima della registrazione in contabilità: l’art. 11 del DL n. 201/2011 assimila, infatti, la produzione di documenti falsi, ovvero le risposte non veritiere all’Amministrazione finanziaria, ai casi di falsità nelle autocertificazioni. Le condotte penalmente perseguite dovrebbero quindi essere due: esibizione o trasmissione di atti o documenti falsi e comunicazione di dati e notizie non rispondenti al vero.
Circa la prima ipotesi, chi emette o utilizza fatture per operazioni inesistenti potrebbe rispondere del nuovo reato per il solo fatto di averle esibite e/o trasmesse all’Amministrazione finanziaria. Dunque, chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia. Si tratterebbe, nella maggior parte dei casi, di ipotesi di falsità punite con la reclusione, al massimo, fino a tre anni.Pertanto anche il commercialista, chiamato alla registrazione contabile della scheda carburante, deve porre la massima attenzione alla corretta compilazione da parte dei clienti del documento.